Lettera a papa Leone X di Raffaello e Baldassarre Castiglione

Nella galleria fotografica potrete scorrere la lettera di Raffaello e Baladassare Castiglione a papa Leone X

IRaffaello e Baldassarre Castiglione, Lettera a papa Leone X, s.d. [1519]

Manoscritto cartaceo costituito da 6 carte di formato 220 x 290 mm circa, ripiegate a formare fascicoletto non rilegato di 24 facciate, di cui 21 scritte, 3 bianche.

ASMn, Archivio Castiglioni (acquisto 2016), busta 2, n. 12.

Si tratta di un documento assolutamente eccezionale per varie regioni: è l’abbozzo, non datato, di un testo destinato alla pubblicazione, mediante il quale Raffaello Sanzio si rivolge al pontefice accompagnando una pianta di Roma antica con i rilievi dei principali monumenti archeologici. Fin dai primi anni della permanenza nella città eterna, a partire dal 1508 circa, l’artista aveva intrapreso un’appassionata ricerca dei ruderi dell’antichità romana “li quali io con molta diligentia et faticha perscruttando per molti lochi pieni di sterpi inanti e quasi inaccessibili ho ritrovati”(p. 19 della lettera). Sulla base di tali indagini, che ai nostri occhi fanno di Raffaello una sorta di Indiana Jones ante litteram, egli si riprometteva di realizzare i rilievi in pianta, prospetto e sezione dei principali siti archeologici della Roma classica, suggerendo anche la metodologia scientifica per realizzare i disegni secondo proporzioni architettoniche. La lettera si presenta infatti come un breve trattato scientifico sul rilievo architettonico e sulla sua resa grafica, frutto degli studi che Raffaello stava conducendo sul testo di Vitruvio, grazie alla traduzione dal latino fornitagli dal dotto medico ravennate Marco Fabio Calvo. È noto infatti che Raffaello non conosceva la lingua degli antichi Romani, né possedeva le competenze retoriche per esprimersi nel modo formalmente idoneo ad un destinatario quale papa Leone X, al secolo Giovanni de Medici, figlio di Lorenzo il Magnifico.

Queste considerazioni portano ad evidenziare un secondo aspetto che rende eccezionale il documento: esso è stato vergato dalla mano dell’immortale autore del Cortegiano, e per secoli è rimasto custodito tra le sue carte domestiche, tanto che, dalla seconda metà del Cinquecento al Settecento, tale lettera fu attribuita a Baldassare Castiglione e pubblicata nell’ambito del suo carteggio. Ma nel 1799 l’erudito Daniele Francesconi, in un discorso tenuto alla Reale Accademia fiorentina dal titolo “Congettura che una lettera creduta di Baldessar Castiglione sia di Raffaello d’Urbino”, riuscì a portare sufficienti argomenti per dimostrare che l’impegno di porre in disegno Roma antica non poteva che ricondursi a Raffaello Sanzio, e non certo al letterato Castiglione. In realtà, in questa straordinaria coautorialità, una volta riconosciuta la paternità intellettuale dell’uno e la rielaborazione formale dell’altro, non risulta facile distinguere nettamente i rispettivi apporti.  Sappiamo tuttavia, grazie alle testimonianze del tempo, che i due furono sinceramente amici e ci piace pensare che ragionassero dei contenuti di questo testo proprio durante la posa dell’immortale ritratto.

Il documento è stato oggetto di approfonditi studi e pubblicazioni in edizione critica da parte di Francesco Paolo di Teodoro, il quale, alla luce di accurati riscontri ne colloca la redazione tra il settembre e il novembre del 1519, un anno prima della morte di Raffaello.  L’artista non riuscì a portare a termine il lavoro di rilevazione archeologica ed architettonica della Roma classica, ed il testo di accompagnamento non vide mai la luce nella redazione definitiva per la stampa, permanendo in minuta tra le carte personali di Baldassarre Castiglione fino ai nostri giorni.

Solo nel 2016, a seguito dell’acquisto da parte della Direzione Generale Archivi, nella persona dell’allora direttore Gino Famiglietti, la lettera, di proprietà degli eredi Castiglioni assieme a carte e libri appartenuti al letterato, è pervenuta nella piena disponibilità dello Stato italiano ed è custodita presso l’Archivio di Stato Mantova, assieme al resto dell’archivio della nobile famiglia.

Infine, la ragione ultima dell’eccezionalità di tale testimonianza risiede nel significato ideale del documento, al quale, a seguito della fortuna goduta all’inizio dell’Ottocento da parte di artisti e biografi che lo considerarono tra i momenti più alti della biografia dell’artista urbinate, si fanno risalire i principi della tutela e della salvaguardia del patrimonio culturale nazionale da parte dello Stato, quasi un presagio dell’art. 9 della Costituzione. Raffaello e Baldassarre, dopo avere stigmatizzato le distruzioni perpetrate da altri papi “solamente per pigliar terra pozzolana” ( p. 3) o per fare calce “di statue e di altri ornamenti antiqui, che questa Roma nova che hor si vede, quanto bella, quanto ornata di palazzi, chiese et altri edifici, tutta è fatta di calce di marmi antichi” (p. 3), esortano il papa ad “haver cura che quello poco che resta di questa antiqua madre de la gloria e grandezza italiana non sii estirpato e guasto dalli maligni et ignoranti” (p. 4). E lo invitano, lasciando vivo il paragone con gli antichi, a cercare di eguagliarli e superarli costruendo nuovi grandi edifici, favorendo le virtù e “spargendo el santissimo seme della pace tra principi cristiani: perché, come dalla calamitate della guerra nasce la distruzione e ruina di tutte le discipline e l’arti, così da la pace e concordia nasce la felicitate ai populi et il laudabil ozio” (p. 4). In buona sostanza, potremmo dire oggi, la pace e la cultura generano la felicità dei popoli.

                                                                                               Luisa Onesta Tamassia

Direttore dell'Archivio di Stato di Mantova